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Sesso e piacere: quando la ricerca della performance soffoca il desiderio

Dalla mia esperienza clinica, negli ultimi anni, noto sempre più persone che vivono la sessualità come una performance, un’abilità da perfezionare e da esibire con sicurezza.

Durante un colloquio, una ragazzina poco più che adolescente mi ha chiesto come “diventare brava a fare sesso”. Mi raccontava di aver fatto esperienza con “uno qualsiasi” così da essere all’altezza quando avrebbe avuto un fidanzato.

È inquietante che una donna, addirittura giovanissima, pensi alla sessualità come a una competenza da perfezionare, dove un rapporto “riuscito” è associato a criteri di efficienza: durata, numero di orgasmi, intensità dell’erezione, capacità di soddisfare il partner.

Una sorta di competizione, insomma, nella quale il valore dell’esperienza è giudicato sulla base di risultati tangibili, misurabili e confrontabili.

Questa visione della sessualità è il risultato di molteplici influenze culturali.

Da un lato, la pornografia — oggi accessibile fin dalla giovane età — offre modelli iper-performativi, dove il sesso viene rappresentato come una sequenza impeccabile di gesti eseguiti con precisione quasi meccanica, più vicina a una coreografia che a un’esperienza autentica, priva di esitazioni o di momenti di vulnerabilità.

Dall’altro, i media e la società associano la sessualità soddisfacente a potenza, controllo e resistenza, alimentando aspettative irrealistiche.

In questo contesto, il sesso smette di essere un incontro spontaneo tra due corpi e due emozioni, trasformandosi in un’abilità da perfezionare, un compito da svolgere con successo.

Tuttavia, il piacere sessuale è qualcosa di profondamente diverso dalla prestazione.

Il piacere è soggettivo, spontaneo, sensoriale. Non segue regole rigide, né può essere incasellato in un modello unico di “buon sesso”. È un’esperienza fluida, che varia a seconda del momento, del contesto e della persona con cui si è.

Richiede presenza, ascolto, connessione emotiva e libertà di esprimersi senza sentirsi giudicati.

Quando la sessualità viene vissuta con l’ansia della performance, il piacere passa in secondo piano.

Molte persone, infatti, non si concedono il lusso di lasciarsi andare alle sensazioni, perché sono troppo concentrate a monitorare se stesse: “Sto facendo abbastanza? Sono brava/o? Sto durando a sufficienza? Il/la partner è soddisfatto/a?”.

Questa tensione crea un circolo vizioso, in cui più si cerca di controllare il sesso, meno lo si vive realmente.

Il corpo entra in uno stato di allerta, il desiderio si affievolisce e il rapporto si trasforma in un test da superare.

Questo atteggiamento genera stress, spegne il desiderio e può portare a problemi sessuali come il calo della libido, l’eiaculazione precoce o una disfunzione erettile.

Ritrovare il vero piacere significa abbandonare il bisogno di “funzionare” e riscoprire il piacere di sentire.

Significa dare più importanza alla qualità delle sensazioni piuttosto che alla quantità delle prestazioni.

È un processo di decondizionamento da modelli imposti, che passa attraverso l’ascolto del proprio corpo, il dialogo con il partner e la libertà di vivere il sesso come un’esperienza autentica, senza il peso delle aspettative esterne.

Il piacere sessuale non può essere ridotto a una serie di parametri di successo, ma nasce dalla connessione con sé stessi e con il partner, dall’abbandono alle sensazioni, dall’esplorazione reciproca senza giudizio.

Quando il sesso diventa una gara, si perde la sua essenza più autentica: il coinvolgimento emotivo e fisico.

Per recuperare una sessualità libera dalla pressione della performance, è necessario cambiare prospettiva.

Il desiderio nasce dalla spontaneità, dalla curiosità, dalla capacità di ascoltare il proprio corpo e quello del partner senza sentirsi sotto esame.

Comunicare le proprie sensazioni, rallentare, esplorare nuove forme di intimità senza obiettivi prefissati aiuta a riscoprire il piacere autentico.

Il sesso non è un dovere da assolvere né un compito da portare a termine, ma un’esperienza da vivere pienamente, con presenza, libertà e consapevolezza.

Non si tratta solo di fare, ma di essere: essere in contatto con sé stessi, con il proprio desiderio, con il piacere e con l’altro.

È nell’esserci, più che nell’agire, che il sesso si trasforma da semplice atto meccanico a esperienza autentica e appagante.

La sessualità nella vita dell’adolescente, inizia con la pubertà. E’ un terreno di gioco rispetto al quale il giovane prova contemporaneamente sia una forte attrazione che una presa di distanza. Diventa un’importante palestra, un terreno sul quale sperimentarsi, un’opportunità per il distacco dai genitori e allo stesso tempo la ricerca di un luogo in cui rifugiarsi affettuosamente, o in cui scappare al bisogno.

Di fatto, gli adolescenti si trovano in genere molto meno attrezzati rispetto agli adulti di fronte a questioni rilevanti riguardanti la propria sfera sessuale: prendere decisioni (rapporti sessuali e “prima volta”), assumersi responsabilità (gravidanza), anticipare le conseguenze dei propri comportamenti sessuali (contraccezione), senza tralasciare l’indispensabile aspetto affettivo ed emozionale legato alla sessualità.

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